Mano a mano che si avvicinava la data del mio rientro a casa, a Natale, l’ansia e la preoccupazione aumentavano.
Era il momento di comunicare la mia decisione di andare a vivere assieme all’Ancora Non Convivente, e sapevo che la notizia non sarebbe stata accolta con gioia.
Si può dire che io sia una donna adulta, ormai. Ho 31 anni!.
Vivo da sola già da cinque anni, e in una città lontana dai miei.
Sono in grado di prendere delle decisioni, e di difenderle.
Ma sapevo che affrontare questo argomento con i miei non sarebbe stato facile, e mi avrebbe fatto soffrire.
Sono figlia unica per una serie di vicissitudini che magari un giorno racconterò. Mamma ha smesso di lavorare per potermi seguire quando sono nata, e già questo è un indice dell’amore e delle energie che i miei genitori hanno riversato in me.
Non ci sono molti modi di dire l’amara verità.
Mamma e papà non accettano che io viva a Genova. Si chiedono in cosa hanno sbagliato, perché non mi hanno saputa crescere con quello che loro definisco il
valore della famiglia.
Già, perché secondo loro una figlia non starebbe a quasi 500 km da tutti i suoi parenti se sapesse cosa significa
famiglia.
Di conseguenza, hanno deciso di non accettare che io abbia un Ancora Non Convivente.
A modo loro cercano di difendersi, così mi dicono.
Figuriamoci quanto ero tranquilla a parlargli della convivenza.
Ho aspettato che passasse il giorno di Natale, e anche Santo Stefano perché è pur sempre festa. A dirla tutta con papà ho aspettato persino il 27 mattina, poche ore prima della partenza.
Ed è andata come pensavo. L’esplosione di una bomba.
Dicono che non vogliono più affezionarsi a persone con cui poi io non sto più.
Dicono che si devono abituare a invecchiare da soli, perché io non sarò accanto a loro.
Dicono che non potranno mai avere un rapporto normale con il mio Ancora Non Convivente perché non hanno modo di conoscerlo.
Dicono che non verranno mai nella casa in cui andrò a vivere, perché è casa
sua, non
mia, e loro si sentirebbero degli intrusi.
Dicono che tutti i genitori sognano il matrimonio della figlia, e loro non lo potranno mai vedere.
Non mi sono neppure riuscita ad arrabbiare.
Mi hanno cresciuta loro e anche io sono triste quando penso che ho sempre sognato un matrimonio semplice, con le persone che mi sono care ad aspettarmi in Chiesa. Un mazzo di calle e glicini e un abito chiaro con poco strascico.
Scegliere le bomboniere e decidere il colore dell’annuncio.
Ridere con le amiche mentre scelgo la giarrettiera e le scarpe con il tacco che non avrei saputo portare.
Anche io ho sempre pensato che nella mia vita avrei cercato casa con la persona che amo, l’avrei dipinta nei week end, e arredata come piace a me, con mobili antichi e colori caldi. Un po’ alla volta avremmo scelto i quadri da appendere alle pareti e le foto da incorniciare.
Non andrà così, e non posso mentire a me stessa dicendo che non ha importanza.
Per questo ritengo di non meritarmi anche la delusione dei miei.
Vorrei un po’ d’appoggio, un po’ di felicità per me. Vorrei poter essere felicie in questo momento, e godermi ciò che c’è di bello, invece di avere questo magone in gola, che mi fa venire spesso gli occhi lucidi.
Mah, sarà tardi per il buon proposito del 2007?
Io ci provo lo stesso.
Voglio riuscire a godermi le cose belle che mi stanno capitando, per crucciarsi di quelle tristi c’è sempre un sacco di tempo.
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